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RAPP

 

“Qui tutto è apparenza e fuoco fatuo e danza di spiriti liberi e niente più” (Nietsche).

 

Il Mondo, dunque, è un “teatro di maschere” che danzano nel loro ac-cadere.

Rappresentazione ingannevole, perciò, Illusione.

Ed ecco che tutto ha inizio da Natura giammai da Uomo

che, di questo mondo, se ne fa, appunto, una Rappresentazione..

 

Lo psichico non ha origine dalle Pulsioni, che non potremo mai conoscere,

ma propria-mente dalla rappresentazione di quelle pulsioni

che noi conosciamo proprio perché, in quanto rappresentazioni simboliche,

passano per la nostra coscienza che apre spazi di senso.

 

La parola “inconscio” è semplice aggettivo mai sostantivo.

Un aggettivo che si lega a tutti quei “cum-tenuti” che sfuggono a coscienza

E dunque, a consapevolezza.

Proprio per questo sappiamo bene che “sogno” è sempre 

“narrazione” di sogno per mezzo di parola.

 

Così come sappiamo che della “Pulsione” noi conosciamo solo la “rappresentazione”

sempre grazie a “Parola”.

L’area dello Psichico è abitata non da “cose”

ma da “rappresentazione di cose”,

dal senso che cose assumono per noi.

Inaugurando questo scenario possiamo ben dire che oltre,

al di qua e al di là di questa scena, che è “Apparenza” di fuochi fatui

dove danzano spiriti liberi, non c’è affatto Psiche ma Vita, Bios.

 

Vita che entra in ambito di Psiche mediante indici e codici di rappresentazione.

Lo stesso Corpo che acquista senso proprio non quando viene disteso

su un tavolo d’obitorio per farne auto-psia, per riconoscerlo

come un “insieme d’organi”, ma quando esso stesso viene rappresentato

nella nostra Anima\Psiche.

 

Il mio Sé, infatti, non abita il mio corpo, la mia malattia, il mio dolore o,

anche, la mia salute, proprio perché il mio Sé e, dunque, il Sé di tutti

e d’ogni uno, abitano la rappresentazione della nostra salute,

del nostro dolore, della nostra malattia, del nostro corpo tutto, insomma.

 

Questo ci dice, semplice-mente, che quel mondo lì fuori non fa altro

che ignorarci. Perché, chi ci conosce, sono solo i “nomi”,

in corpo di parola, che noi demmo a cose, in base alla maniera

in cui ce le siamo rappresentate.

 

Il Mondo, quando non è muto, ci parla esclusivamente con parole nostre.

Rendiamoci conto che parola diventa “terapeutica”

solo quando ci persuadiamo che ogni gesto o atto ermeneutico,

e dunque ogni interpretazione, non ha a che fare con le nostre pulsioni inconsce,

ma proprio con rappresentazione di Sogno e sue pulsioni.

 

Quando “ri-ad-contiamo” un nostro sogno, dunque,

noi ci confrontiamo e relazioniamo non con il sogno stesso

ma con narrazione di esso.

Strumento di ciò è sempre parola che, naturale-mente, si muove

all’interno di confini che furono tracciati, nell’Ayon del tempo di sempre,

da orizzonte di Linguaggio, da orizzonti di linguaggi.

 

Ed ecco Heidegger:

 

Il Linguaggio è la casa dell’Essere  e l’uomo è il custode-poeta di questa casa.

Da abitare poetica-mente, dunque.

Questa parola, però, è scandita da Silenzio.

E quando diciamo silenzio non ci riferiamo, “per niente”,

a quell’inter-vallo posto tra parole per poterle s-can-dire,

ma ad un silenzio di natura specifica-mente animale,

il quale non parla perché non sa cosa dire”.

 

L’animale fa. Non può dire. Perché, per dire, dovrebbe aprirsi ad un senso ,

ad una visione del mondo e alla sua rappresentazione.

Dovrebbe, insomma, essere ospitato da quel “cogito” di cartesiana memoria

che è fonte generatrice di ogni rappresentazione.

 

Ma adesso poniamoci una domanda: Che cosa pre-cede il “cogito”?

E che cosa c’è dopo d’esso? Ci fu chi disse “pulsione”,

per mezzo della quale ogni cosa tende

e si aggrappa alla permanenza nel suo essere.

 

Ma ci fu anche chi parlò di “appetito”  che anticipa,

ponendosi prima di ogni percezione.

 

E chi parlò di Volontà.

 

O, pure, di “volontà di potenza” che intende sola-mente,

precipuamente ed esclusivamente  confermare, ri-badendola, se stessa.

 

Nel “cogito”, dunque, non possiamo non riconoscere una sorta di bi-polarità luminosa

(Luce si presenta ora come Onda ora come Particella).

La vivida, chiara luce del cogito stesso e delle sue rappresentazioni

ma anche quella Luce Nera, Lux Nigra, dicemmo,  e, dunque, poco familiare,

della vita che, da sempre, ribadisce se stessa.

Strafottendosene di rappresentazioni che noi, di questa vita, pro-duciamo.

 

Ecco, allora, che nella rappresentazione noi possiamo scorgere, forse,

due entità tra loro assolutamente inconciliabili: la forza del “bios”,

della Vita, per cui noi siamo; e la visione che noi ci facciamo

– e, dunque, abbiamo- della vita stessa e grazie alla quale possiamo “pensare”.

 

Quando Re-nato Cartesio collega il “cogito” ed il “sum” con quell’ergo

che sembrerebbe consequenziale ed evidente-mente chiaro,

egli sembra non accorgersi che, in quel dato  “mentre”,

ci sta offrendo, piuttosto,

la drammaticità di un “conflitto rappresentativo”

che precede ogni forma di conflitto

tutti i conflitti del nostro drammatica-mente tragico “vivere quotidiano”.

 

Insomma… è la vita che ci vive.

 

Una vita che, facendo di sé quella tale rappresentazione,

si offre a noi mentre si mostra incurante di ogni nostra in-tensione.

 

Domanda: Ma noi potremmo vivere se non alimentando, giorno dopo giorno,

quelle stesse intenzioni, quegli stessi pro-positi che la stessa vita,

nel suo semplice e cieco desiderio di vivere, trascura?

 

Le nostre rappresentazioni, dentro noi stessi,

si “sentono” contrastate da un destino già scritto dentro ogni nostro desiderio

e da una Storia che, pur prodotta dalle nostre stesse intenzioni,

ignora, per primo, il nostro Desiderio stesso.

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© 2018 by Gianni Anzalone

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