
DEMATAMORINSULA
Lo stivale batteva
tonfi di cuoio
sulle vene rapprese
del marmo cianotico.
La fibula d'oro
tintinnava impettita
delicata tastando
il fianco rubro
dell'alta gamba
che muta guardava
con sbiancato stupore
le cicche sperdute
agli angoli furbi
della tromba di scale
che rimandava puntuale
echi di suoni
su lunghi tappeti
di bianco silenzio
avvinghiati
sospesi
verso l'ultima piazza su in alto
proprio accosto alla porta di chiodi
che molle maliarda s'apriva
su graticcia carrucola e funi.
Bianca lanugine
sul piano di cotto
tremolava
piano investita
da bocche su proni orizzonti
giusto sopra la linea di terra.
Subitaneo scattò mascherato
l'oblungo piede di vipera
a fugare all'ansia dell'erta
volatili pallidi incontri.
La forza decisa
del gesto improvviso
portò con sè
verso nuovi equilibri
il precario corpo agghindato.
Agghiacciò
la provvida mano
sorpresa del nuovo contatto
con la fredda guardinga maniglia.
Ma fu solo ingenuo un abbaglio
un lieve vibrar di scintille
e mansueta s'aperse alla smania
della diafana mano sull'elsa
artiglio spietato sul ramo
scodinzolante vezzi fedeli.
Cigolò
di piacere
la porta
e aderì a quel muro sfrontato
che premeva impietrito alle terga.
La testa di ferro brunito
penetrò l'annosa ferita
di lunghi giorni disusi
pattò
senza fiato
giù in fondo.
Encausti e polvere
ornavan la biglia
di chiaro gesso scurito
vecchi ricordi
d'incendi recenti
e scivolavan
con piglio deciso
a voltare il soffitto
su in cima
proprio tra i piedi
quaggiù.
Tacchi
inquieti
d'antichi rimorsi
piano avanzarono
guardinghi felini
verso il collo del pozzo di luce
che s'apriva
paterno
su teste
d'occhi giacenti nel buio.
Incastrati nel bianco collame
brani di roso legno bugnato
suggerivano tondi ed ovali
a sonore marèe a venire.
Di tra verdi fronde piumose
di mobil pennacchio alla testa
tastò malinconico
spigoli
morti sommersi nel buio
del latteo gesso spietato.
Foreste secolari
di groppi millenari
che bianche si dettero
silenti gramaglie.
Colse
improvvisa vertigine
celesti spalle lucenti.
Si ritrasse
la tesa impaurita.
Ali
Mossero piume.
Febbrili
indietreggiarono
mani.
Gli occhi si mossero infine
rassicurati dall'ampia corona
che ospitava sguardi indiscreti
violenti amori improvvisi
furiosi amplessi furtivi
d'infedeli teatranti girovaghi.
Trame interrotte
ad immagini nuove.
Un fluido antico
si partiva dal tetto
a planare cortese sugli occhi.
Affamati.
Sul robusto ancoraggio
di ferro contorto
ad unire toni divisi.
E su caprie fuggenti
a sorreggere coppi
arruggiati d'acque insistenti
a spegnere giovani fuochi
di lontane passate memorie.
Strappi possenti tenevano
insieme antichi labbri
di rosse ferite
a picco
sul sipario pietoso
a stendere
vicende
d'ognuno.
Pensieri
a stormo
picchiavano già
su trascorse colpe incoffessabili
ritorno d'eventi futuri.
Tondi polpastrelli
indecisi
s'introdussero
aprendo con cura
l'elegante ghigno barocco
della tasca rigonfia
di trucchi.
Il tempo
inseguiva mordace
la coda dell'occhio indovino
a crescere ansie sepolte
retaggio d'un mondo bambino.
Il giallo cero per visi
frullò obliquo
qual vispo cardello
curioso di prime covate.
S'alzarono gli occhi
a specchiarsi mai
a dividersi
lungi da sè.
Chi
flautava
nenie lontane?
Chi
affondava
porti sicuri?
Chi
s'apriva
incauta campana
al sordo villaggio
laggiù oltre il ponte di vecchio pietrame
che riuniva opposte nature.
Il tondo dell'occhio
scivolò
obliquando
il viso antico d'un calice vuoto.
Subito
Amaro spuntò all'orizzonte.
Tra ciglia folte e decise
inquiete
al precario momento
aggredite da folli afonie.
Che forse memoria sfinita
Tutto obliando fuggì?
Il mento sul verde corpetto
Volitivo puntò verso il basso.
S'avviò
lo stivale puntuto
pronto a scendere scale.
La stessa opposta spirale
che in un vuoto giuoco spossante
l'avea portato in cima alle scale.
Batteva il tacco al peso inaspettato.
Frenava voglie di correr di trotto.
Ma il tempo perdio non vuole moine!
Nè sta lì ad attendere inviti.
Brama giovani vite.
Rossi olocausti.
Idee senza fine.
Miete verdi allori avvizziti
frutto d'infamie e di sangue.
Giù allo specchio!
Chè lì è l'inizio e la fine
d'ogni amara tortura.
Giù allo specchio!
Chè lì è la grande menzogna più pura.
Animato da fretta impaziente
il cardin vecchio mugghiò alla calura
di quella mano che spinse decisa
quasi fosse agli estremi rimedi.
Il tempo! Il tempo!
Perdio!
Tempo!
S'urlò giù dabbasso.
Il tempo!...
Pensò triste e cupo al severo ritocco finale.
Quel trucco a metà già sapeva di morte.
Il volto sconvolto dal Caos
Già parlava di nuove alchimie.
Improvviso un prurito sottile
assalì il dito grosso del piede
ancora mezzo assopito.
La mano corse in aiuto.
Strinsero dita decise
il corto capo annodato.
S'aprì lo stivale a trarre d'impaccio
l'arto bianco di sete autunnali.
E all'improvviso ...oh!...meraviglia!
Il pelo sortì misterioso
dall'involucro quasi squarciato.
Biondo pelo caprino!...
Oh!...Meraviglia!...
Biondo pelo caprino avvolgeva lascivo
quel piede fin sotto lo zoccolo bruno.
g.a
